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Il dubbio

14 feb 2007

Pubblicato su La voce del padrone.

- E tu saresti la Dea Bendata?
- Perché, non le somiglio per caso?
- Come posso giudicare una somiglianza con qualcosa che non esiste?
- Sei un uomo molto scettico Stefano, ma il dubbio ti rode sempre, non è vero?
- Il dubbio alimenta la curiosità, la curiosità nutre la conoscenza, la conoscenza genera il dubbio. In che modo tu potresti influire su questo o altri cicli vitali?
- Eppure nel tuo ciclo vitale ho influito parecchio, non credi?
- E quando mai, di grazia?
- Non ricordi la volta in cui un camion senza freni ha giocato a bowling con una decina di automobili tra le quali avrebbe potuto esserci anche la tua?
- Fui io a scegliere la corsia, senza dubbio. Ma se ciò che dici fosse vero, come mai non mi aiutasti quando, per evitare un gatto, caddi dalla moto?
- Forse perché quella volta aiutai il gatto?
- Quindi prediligi gli animali?
- Chi non li predilige?
- E come mai non salvasti la mia bellissima gatta bianca, finita sotto la ruota di un imbecille?
- La famiglia di topi che salvai grazie a quell’intervento mi ricorda ancora nelle sue preghiere. Tutto è sotto il mio controllo, perché non vuoi arrenderti all’evidenza?
- Hai proprio ragione, sai cosa ti dico?
- No, cosa mi dici?
- Che hai sciolto ogni mio dubbio. Fottiti.
*PUFF*

 

Quell’insostenibile leggerezza dell’eros

31 gen 2007

Pubblicato su La voce del padrone.

Buio.
Le lenzuola di seta porpora ci avvolgevano completamente. Non so perché avesse fatto quella scelta, ma il contatto di quel tessuto delicato sulla pelle mi regalava una sensazione quasi contraddittoria di freschezza e calore. Mi piaceva tanto quella sensazione, e mi piaceva sentire il profumo di lei. Eravamo sdraiati sul fianco destro, il mio petto a contatto con la sua schiena, le mie labbra che sfioravano la sua nuca. Avevo il naso fra i suoi capelli e m’inebriavo di lei. Entrambi compivamo dei leggeri movimenti, ognuno volto a trovare un contatto nuovo, diverso, più intenso ed intimo. Le mie mani la stringevano, accarezzandole i seni e la pancia, mentre le sue mani premevano sul dorso delle mie, assecondandone i movimenti. Sentivo il nostro desiderio crescere all’unisono, il calore dei nostri corpi aumentare lentamente, la carezze farsi sempre più audaci. Precedendomi di un solo attimo, fu lei a modificare la forma che avevamo assunto, voltando il suo viso verso il mio.
Buio.
Non potevo vederlo, ma immaginavo il suo sguardo su di me, i suoi occhi nei miei. Avvicinò le sue labbra alle mie e le sfiorò delicatamente. Le schiudemmo insieme ed il nostro bacio si fece appassionato e languido. Le nostre lingue si avvinghiarono alla ricerca di quell’intimità irraggiungibile quanto agognata, il cui inseguimento inebria corpo, mente ed anima. Sentivo i suoi seni premere contro il mio petto, le sue mani percorrermi la schiena, le sue gambe accarezzare le mie. Il sapore del suo bacio mi riempiva, saturando il mio corpo dell’intenso piacere dell’abbandono. L’abbandono incondizionato, il concedere ed il concedersi, la convinzione che nulla avrebbe potuto turbare quel momento di estrema condivisione.
Buio.
Le sue mani si insinuarono fra i nostri corpi, cercando la prova del mio desiderio. Mi guidò dentro di se con studiata lentezza e sentii il suo calore avvolgermi gradualmente ma completamente. Mi circondò con braccia e gambe stringendomi forte a se, invitandomi a penetrare fino in fondo al suo essere, fino a fonderci in una sola cosa. Entrai in un sublime stato di trance, nel quale i miei pensieri vagavano rapidi e incontrollati senza soluzione di continuità. Respiravamo entrambi affannosamente ed il crescere dei suoi gemiti accompagnava i miei movimenti. Lei mi assecondava, senza remore né pudore. Mi resi conto che la sua stretta aumentava costantemente di vigore mentre il mio cuore aumentava i battiti. Smisi di respirare, per un attimo ed un’eternità, la mia schiena era percorsa dalle sue unghie che mi graffiavano senza però farmi male, e mi accorsi che anche lei aveva fermato il suo respiro e, soprattutto, i suoi gemiti. Avevo gli occhi chiusi, le palpebre strette come a proteggerli da una luce intensa che non era nella stanza, ma proveniva da dentro il mio corpo, dalla mia mente, forse. Ripresi a respirare dopo un tempo che mi sembrò lunghissimo, accasciandomi su di lei. Le sue mani accarezzavano dolcemente la mia schiena ed il suo respiro tornava lentamente normale. Riaprii gli occhi mentre la luce abbacinante che mi aveva travolto poco prima si attenuava sempre più rapidamente, lasciandomi addosso una insostenibile leggerezza.
Buio.

 
 

La filastrocca di messer Binocoluto

11 dic 2006

Pubblicato su La voce del padrone.

Fu una sera di Dicembre, il Natale era alle porte,
che messer Binocoluto incontrò comar Sordina.
Egli avea scarponi grandi, delle braghe troppo corte,
un cappello da montagna e una maglia verdolina.
Ella invece, sì compita, sulla riva del ruscello,
si trovava indaffarata a lavar gli sporchi panni,
il sapone lei fregava su un vestito proprio bello,
rosso come il solleone, vecchio forse mille anni.
E messer Binocoluto, passeggiando allegramente,
si diresse verso riva per poterla salutare,
ma ahimé lo sfortunato, forse un po’ distrattamente,
inciampò in un ramo secco; proprio lì doveva stare!
Rotolò sopra le foglie, fece quattro capriole,
quando infine si fermò, massaggiandosi il sedere,
esclamò con voce grossa: “Accidenti, quanto duole!
E per tutti i santi numi, io non posso più vedere!”
Nel cadere avea perduto il suo bene più prezioso,
con gli occhiali lui poteva sì vedere tutto il mondo,
ma ora senza era perduto, ‘ché ad un palmo dal suo naso
non vedrebbe un elefante mentre compie un girotondo.
Il messere di gran lena, la sua voce usò a trombone,
per cercare l’attenzione della piccola comare.
Ma ahimé come sapete, se le orecchie non son buone,
mica serve ci si sgoli, tanto è inutile gridare.
Ed infatti la comare, non avendo un grande udito,
continuava allegramente fischiettando le canzoni
a fregare sul vestito il suo sapone profumato,
mentre il nostro buon messere camminava un po’ a tentoni.
Ma fu proprio in quel momento che comparve zio Dittongo,
trasportando sul carretto della legna per il fuoco,
ed udendo il gran trambusto, si gettò di mezzo al fango,
per accorrere in soccorso del messere mezzo cieco.
Ma messer Binocoluto l’altro non vedea arrivare,
nonostante zio Dittongo si sbracciasse risoluto,
‘ché neppure una parola lui riusciva a spiccicare,
che disgrazia poverino, lui era poco più che muto.
Ed infatti l’incidente, che pareva ormai concluso,
prese piega assai peggiore, causa brutta scivolata.
Fu lo zio che sopra il fango scivolò col suo bel muso
dirigendo sul messere una gran bella testata.
Ed entrambi i poveretti rotolaron nuovamente,
verso riva ahimé, che mira, travolgendo la comare,
“Cade il monte! Cade il monte!” urlò disperatamente
finché non si ritrovaron dentro l’acqua ad annaspare.
Per fortuna che il messere era un bravo nuotatore
e seguendo le istruzioni di chi più di lui vedeva
lestamente portò a riva zio Dittongo e la comare,
sani, salvi e un po’ bagnati, ma asciugarli non poteva.
“Per gli gnomi di foresta! Guarda lungo la corrente!”
gridò forte la comare rivolgendosi al messere.
Era il bel vestito rosso ad andar via velocemente,
il ruscello lo portava a ricongiungersi col mare.
Zio Dittongo anche se muto, cacciò un urlo prepotente,
ma il messer Binocoluto, ancor privo degli occhiali,
con la voce triste disse: “Io non vedo proprio niente,
dite tutto, che succede, ancor non son finiti i mali?”
“Disgraziati! Quel vestito, non sapete a chi appartiene?”
disse ancora la comare con le lacrime sugli occhi
“Era di Babbo Natale! Ma pensate quante pene
soffriranno quei bambini a cui non giungeranno i pacchi!”
Ma il messer Binocoluto, ch’era come pochi saggio,
pensò ad una soluzione, senza ben sapere quale,
quindi disse senza attesa, appoggiandosi ad un faggio:
“Non è solo col vestito che si fa Babbo Natale.”

 
 

I tre anelli

29 nov 2006

Pubblicato su La voce del padrone.

Dovete sapere che come la sciocchezza spesso trascina il prossimo dalla felicità alla grande miseria, così il discernimento trae il saggio da grandissimi pericoli e lo mette al sicuro. E che sia vero che la sciocchezza possa portare dalla felicità alla miseria lo si vede da molti esempi che è inutile raccontare, perché li vediamo ogni giorno intorno a noi. Ma che il discernimento sia causa di felicità ve lo dimostrerò con una novelletta.
Il Saladino (il cui valore fu così grande che non solo da piccolo uomo lo fece diventare Sultano di Babilonia, ma ancora sopra molti re saraceni e cristiani molte vittorie gli fece avere), avendo speso tra guerre e magnificenze tutto il suo tesoro, e avendo per sua necessità una subitanea urgenza di denaro, e non vedendo chi avrebbe potuto favorirlo al momento, gli venne in mente il nome dell’ebreo Melchisedech, che prestava ad usura in Alessandria e pensò che costui avrebbe potuto favorirlo. Ma conoscendolo come avaro, sapeva che non lo avrebbe fatto volontariamente ed egli non lo voleva costringere con la violenza; pensò pertanto un espediente ammantato di legalità. Fattolo chiamare lo fece familiarmente sedere accanto a lui e subito gli disse:
“Valentuomo, io ho sentito dire che sei molto saggio e che sei sapiente in religione, e perciò io vorrei da te sapere quale delle tre religioni tu reputi vera, la giudaica, la cristiana o l’araba.”
Il giudeo, che veramente era un saggio, s’accorse che il Saladino voleva coglierlo in fallo, per poi muovergli una lite, e pensò che lodando egli una di queste tre, il Saladino avrebbe certo raggiunto il suo scopo. Per cui, come colui che aveva bisogno di fornire una risposta tale da non essere compromesso, aguzzò l’ingegno e rapidamente, essendogli venuto in mente quello che doveva dire, così parlò:
“Mio Signore, bello è il quesito che voi mi ponete e per dirvene quello che io ne penso, mi conviene raccontarvi una novelletta che tosto ascolterete. Se non sbaglio, io mi ricordo di aver sentito parlare di un ricco uomo del tempo che fu, che, tra i suoi tesori, aveva un bellissimo anello e volendo degnamente onorare la sua bellezza e il suo valore lasciandolo in perpetua proprietà ai suoi discendenti, ordinò e dispose che colui dei suoi figliuoli, presso il quale quell’anello fosse trovato, fosse considerato suo erede e che da tutti gli altri, come maggiore, fosse onorato e riverito. E di generazione in generazione avvenne così per moltissimi anni; ultimamente questo anello pervenne in mano ad uno che aveva tre figliuoli, tutti belli, virtuosi e obbedienti al padre e che per ciò egli ugualmente amava. E i giovani, che conoscevano la tradizione dell’anello, desiderosi di essere ciascuno il più onorato degli altri, pregavano il padre, uno per uno, di essere il prescelto e di avere in eredità l’anello alla sua morte.
Il valentuomo che amava ugualmente tutti e tre, non sapendo chi scegliere, pensò, avendolo promesso a tutti e tre, di soddisfarli tutti; e segretamente fece fare due copie dell’anello, così somiglianti che solo lui che li aveva fatti fare, appena appena poteva riconoscere il primo. E sul punto di morire, segretamente, li distribuì ai figliuoli.
Costoro, dopo la morte del padre, volendo ognuno per sé l’eredità, ed ognuno negandola all’altro, a testimonianza del loro volere, tutti tirarono fuori l’anello; e trovando i tre anelli così simili tra loro, tanto da non poter riconoscere il vero, la questione della eredità rimase in sospeso e ancora pende.
E lo stesso vi dico, mio Signore, delle tre religioni date da Dio padre ai tre popoli e delle quali mi proponeste il quesito. Ciascuno crede di essere il vero erede e depositario della migliore religione; ma chi l’abbia veramente, la questione ancora pende, come quella degli anelli.”

Liberamente estratto dal Decameron di Giovanni Boccaccio, Giornata Prima, Novella Terza.

E quindi ciucciatevi il calzino voi, fondamentalisti cristiani, ebrei, islamici, rigorosamente citati in ordine alfabetico per non turbare le vostre ostentate e aristocratiche suscettibilità.
Voi, che vendete la vostra verità ad un prezzo che nemmeno Iddio, se esiste, oserebbe esigere.
Voi, che fate di Iddio lo strumento per convincere altri ad essere il vostro.
Voi, che professate il sacrificio e chiedete abnegazione giacendo sotto morbide lenzuola di seta porpora.
Voi, che distribuite stupefacenti nelle vostre Case di Dio nel tentativo di inibire la capacità di raziocinio di poveri sventurati.
Voi, che tutto spiegate con la fede ma nulla dimostrate con l’amore.
Voi, che vi arrogate il diritto di decidere come l’uomo debba vivere, come debba morire.
Voi, che vendete a tutti un’effimera altra vita pretendendo di comprare l’unica che abbiamo ad un prezzo d’occasione.
Voi, che santificate le feste con fiumi di parole ed ettolitri del nettare proibito a tutti, tranne che ai detentori dell’unica verità.
Voi, si, voi, siete soltanto dei poveri uomini!
E per questo, io, vi perdono.

 

I ponti di Madison County

24 nov 2006

Qualche volta si ha la fortuna di incontrare una persona speciale. Raramente capita più di una volta nella vita.
Può capitare per strada, quando da un casuale e fugace incontro di sguardi si ha la sensazione di carpire ogni suo pensiero. Se si trova il coraggio di fermarsi e continuare a guardarsi negli occhi, spesso si scoprono delle affinità inimmaginabili.
Può capitare ad una festa, scontrandosi per prendere l’ultima coda di gambero rimasta sul vassoio: “Prendila tu”, “Ma no dai, figurati”, e intanto lo sguardo indaga, rubando e regalando emozioni.
Può capitare al telefono, per un numero composto male. Senti una voce che ti attrae, ci parli e non senti più nulla intorno a te.
A me è capitato in chat, una sera in cui preparavo la pizza e, come mio solito, sputavo idiozie sul canale che frequento abitualmente. E’ cominciata per gioco, proprio sul canale, davanti a tutti. E’ proseguita in privato, una battuta dietro l’altra, come spesso capita in chat.
Ma questa volta è stata diversa. Ad ogni sua frase percepivo il suo imbarazzo, il suo desiderio di aprirsi, quasi di esplodere. Ad ogni sua frase percepivo pensieri nascosti che somigliavano tanto ai miei. Ad ogni sua frase la sentivo avvicinarsi a me, e con ogni mia frase mi avvicinavo a mia volta. Ma c’era qualcosa in sottofondo, un brusio latente, qualcosa che non riuscivo a percepire chiaramente.
Poi ho finalmente capito: è come me. Ha le mie stesse aspirazioni, gli stessi sogni. Ha i miei stessi bisogni e conosce il modo giusto per soddisfarli. Siamo le due metà di una goccia d’acqua, che perse nell’immensità dell’oceano si cercano senza sapere l’una dell’esistenza dell’altra. E quando si trovano diventa tutto naturale, spontaneo, indispensabile.
Mi è mancata da subito, ancor prima di vederla. Ho sentito crescere impetuoso in me quel sentimento che solo pochi fortunati provano nella vita. E lo sentivo crescere anche in lei, con lo stesso ritmo, gli stessi tempi, le stesse sensazioni.
Vederla è diventato indispensabile, un bisogno primario. Ho guidato tre ore per raggiungerla, per starci insieme nemmeno mezzora. E’ stata la mezzora più lunga di tutta la mia vita e allo stesso tempo la più corta; sicuramente la più intensa. Il suo abbraccio racchiude un affetto tutto speciale, i suoi baci infondono tutto l’amore del mondo. Lasciarla andar via è stato come un pugno allo stomaco. Vederla andar via, la morte nel cuore.
Poi c’è stata la spiaggia. Arrivarci mano nella mano. Stare abbracciati sull’asciugamano, sferzati dal vento e tormentati dagli insetti, e non sentire null’altro che il reciproco calore. E poi l’abbraccio dei nostri corpi nudi, protetti da un involucro di metallo che sembrava una reggia.
Ed ora mi ritrovo con il cuore che scoppia d’amore senza poterglielo dare. Perché ho dovuto dirle addio. Ho dovuto obbligarmi a non sentirla più, violentandomi. Ma ad ogni squillo del telefono, ad ogni messaggio che arriva sul cellulare, il mio cuore ha un sussulto ed egoisticamente spero che sia lei. La voglia di sentirla è tanta. La voglia di vederla, immensa. La voglia di amarla, lacerante.
Io questa volta ho avuto la fortuna di incontrare la mia persona speciale. Siamo le due metà di una goccia d’acqua divise da un oceano di problemi, la mia piccola ed io.

 
 

Il fattore Va

07 nov 2006

Pubblicato su La voce del padrone.

Tutto si riduce ad una rappresentazione gaussiana.
La gaussiana, che non è affatto una procace abitante della fantomatica città di Gauss, ci insegna che la maggioranza di una popolazione statistica si attesta intorno alla media. Man mano che ci si allontana dalla media, la frequenza diminuisce con un andamento curvilineo discendente detto (appunto) gaussiano.
Con media, nel caso specifico, non si intende una serie di persone fatte con lo stampino, bensì quell’enorme ammasso di individui il cui equilibrio tra qualità e difetti si attesta intorno allo zero.
Supponiamo di assegnare ad ogni qualità un livello compreso tra zero (assenza totale) e infinito (individuo completamente intriso della qualità in oggetto). Ipotizziamo altresì di assegnare ad ogni difetto una scala simile, compresa sempre tra i valori zero (il diffetto non esiste) ed infinito (accidenti se esiste).
Siano:


enunciamo qui di seguito la formula fondamentale per il calcolo di F:


Ebbene, se prendessimo in esame un numero elevato di individui, rileveremmo senz’altro che la maggioranza degli F si attesta intorno allo zero. La frequenza dei valori ottenuti andrebbe a formare, come dicevamo, una rappresentazione grafica approssimata da una curva gaussiana.
Questo non significa certo che tutti gli individui con lo stesso valore di F siano uguali. Un valore pari a zero potrebbe essere originato da molti Q di livello medio/basso bilanciati da un D di livello altissimo. Certo, se questo D fosse la prerogativa dell’individuo in questione di puzzare come una scrofa, non sarebbe semplice da affrontare, ma una buona protezione olfattiva (leggi: maschera antigas) aiuterebbe a renderlo quasi gradevole, nell’eventualità che un corso intensivo di scrostamento e pulizia del corpo non fosse sufficiente a ridurre drasticamente il livello del D.
Un altro fra i tanti casi possibili di F uguale a zero è quello (rarissimo) in cui tutti i livelli di Q e D sono perfettamente identici. Ma in questo caso cambia moltissimo a seconda del livello, perché se un F=zero con i Q e D prossimi allo zero sarebbe sopportabile (per quanto probabilmente sciatto e infinitamente noioso), un F=zero con i Q e D prossimi all’infinito sarebbe senz’altro un individuo schizzofrenico e forse, proprio per questo, geniale.
Per ottenere quindi altri indicatori significativi si calcolano:


Come avrete certamente già intuito, la somma di questi valori darà origine a C:


dove C è l’indice di schizzofrenia dell’individuo.
E’ inoltre calcolabile molto facilmente l’indice di miglioramento.
Data:


l’indice di miglioramento U sarà ottenuto dalla formula:


Nota: è evidente che il valore di U per un individuo appena nato sia pari ad infinito. Del resto è inopinabile che il repentino passaggio da una sacca di liquido amniotico ad una culla con tutti i comfort sia un deciso passo avanti.
La speranza di miglioramento di una società è data dalla formula:


dove:


L’ultimo indice, la cui formula attende ancora dimostrazione, rappresenta la capacità di un individuo di prenderlo nel didietro dalla società senza soffrirne troppo o reagire in maniera inconsulta:


Come il lettore potrà facilmente dimostrare da se, l’individuo noioso di cui si parlava poc’anzi si troverà il traforo del Monte Bianco al posto del deretano.
Infine, moltiplicando fra loro gli indici finora presentati, si ottiene il valore del fattore Va, ovvero la potenza dell’epiteto con cui gli individui che hanno letto fino alla fine il mio trattato (ma con buona probabilità anche coloro i quali si sono rotti prima i maroni) vorrebbero apostrofarmi:

 
 

E io mi domandavo se i pesci dormivano nel letto

22 ott 2006

Pubblicato su La voce del padrone.

Io quando ero più piccolo facevo il campeggio. Ci andavo con mia mamma e mia sorella, perché mio papà non ci veniva con noi, che non viveva più in casa nostra. Mi ricordo che mi dovevo svegliare presto perché passava il treno. Alla stazione ci dovevamo andare a piedi, perché nel motorino di mia mamma non ci stavamo in tre. Che poi c’erano anche le valigie, e quelle non erano mica leggere. Nel treno faceva sempre caldo e a volte c’era il sole che bruciava gli occhi. Per fortuna c’era la tenda, ma se la chiudevi tutta c’era buio, quindi bisognava fare un po’ e un po’. Quello era un treno lento, che mi chiedevo sempre perché non ne prendevamo un altro, e ci voleva tutta una mattina per arrivare a Macomer. A Macomer c’era il pullman e quello ci portava fino a Bosa. Mia mamma mi diceva sempre che il pullman ci aspettava e io mi sono sempre creduto che mia mamma conosceva quello che guidava il pullman, ma forse mi prendeva in giro perché una volta il pullman non ci ha aspettato mica.
A Bosa era bello, perché passavamo sul ponte stretto stretto che il pullman quasi non ci passava e i signori che camminavano a piedi si mettevano girati per non farsi schiacciare i piedi. Dal ponte si vedeva la casa di zia Agnese. E si vedeva anche zia Agnese che ci aspettava sempre affacciata al balcone e quando vedeva il pullman lo salutava con la mano. Ma forse lei lo faceva con tutti i pullman, solo che negli altri io non c’ero e non la potevo vedere. Che poi io di quel balcone c’avevo paura perché sembrava rotto e ogni volta che mi affacciavo mi girava la testa, non lo so perché. Mi ricordo che zia Agnese comprava sempre le angurie giganti quando venivamo noi, e io ne mangiavo un sacco e ne volevo altra anche quando era finita. Però zia Agnese la sapeva solo comprare l’anguria, perché a tagliarla ci riusciva solo zio Domenico. Era bello mio zio Domenico. Aveva gli occhi celesti e uno era storto, che sembrava che ti guardava sempre l’orecchio, però lui faceva il pescatore e questo a me mi piaceva. Io volevo sempre andare sulla sua barca, ma mi diceva che ero ancora piccolo. Che poi non lo so se ci andavo davvero, perché loro si alzavano alle quattro del mattino. Io nemmeno lo sapevo com’erano le quattro del mattino, però mi credevo che andavano così presto per catturare i pesci quando erano addormentati. E io mi domandavo se i pesci dormivano nel letto. Che poi lui non prendeva proprio i pesci, ma pescava le aragoste. Io c’avevo paura delle aragoste perché erano brutte e sembravano i mostri. Che poi io i mostri non ce li avevo mai visti, però pensavo che potevano essere come le aragoste. Allora non le mangiavo. Però forse ero un po’ stupido.
Poi un giorno veniva zio Delio e ci portava al mare. Dormivamo nella sua tenda che era marrone e grande. Il posto dove andavamo era “S’abba druche”. Che poi io non lo sapevo mica che “S’abba druche” voleva dire “L’acqua dolce”. E forse non me ne importava mica niente. Quando arrivavamo c’era mia zia Rita con i figli che erano già al mare, tutti neri abbronzati, e lei sorrideva sempre quando ci vedeva arrivare. Io credo che sono molto amiche lei e mia mamma, anche se sono cugine. Io volevo sempre fare il bagno appena ero arrivato, ma mia mamma c’aveva sempre da dire di no. Non lo so perché, ma tanto poi mia zia Rita la convinceva e io il bagno me lo facevo lo stesso. Bisognava scendere i gradini di terra per andare nella spiaggia, perché la tenda era più in alto. Mio zio Delio la metteva sempre nello stesso posto, la tenda marrone. E anche tutti quegli altri che conoscevamo la mettevano nello stesso posto, ma non quello di mio zio Delio. Ma le tende non erano attaccate e c’erano i passaggi, che noi le chiamavamo le strade e gli davamo pure i nomi, ma adesso non me li ricordo mica più. E poi dietro c’era la montagna che sembrava che non si poteva arrivare fino a sopra, ma una volta ci sono arrivato fino a sopra, insieme agli altri. Però me lo ricordo che da sopra si vedeva il campeggio. Si vedeva la tenda marrone di mio zio Delio ma era piccola e io non lo so se c’era qualcuno dentro quando era così piccola. E poi si vedeva il mare. E si vedevano le barche piccole piccole e lontane lontane. Un signore che c’era lì sopra perché era venuto con noi mi aveva detto che più lontano di tutto c’era l’orizzonte. Mi diceva che l’orizzonte era la linea dritta dove finiva il mare e incominciava il cielo. Io non lo sapevo mica che il mare finiva. E poi lui diceva che era dritta, ma a me mi sembrava un po’ storta però. Lui mi diceva che era perché la terra era tonda. Allora io guardavo per terra ma non mi sembrava tonda, però mi stavo zitto perché lui era un signore grande. Quando scendevamo poi eravamo tutti stanchi, ma quel signore dell’orizzonte era il più stanco di tutti. Io pensavo che era perché diceva le bugie, ma non lo dicevo a nessuno però.
Mio zio Delio poi era il sindaco del campeggio. Ma era un sindaco per finta, però tutti lo cercavano quando c’avevano bisogno. Io non lo so perché era lui il sindaco. Forse perché pescava i ricci. Forse perché beveva molto vino e lo invitavano sempre tutti a bere il vino. Una volta me lo ha fatto assaggiare il vino, mio zio Delio. Lui mi ha detto di non dirlo a mia mamma e io non gliel’ho detto. Però il vino era buono. Di notte eravamo tutti nella tenda di mio zio Delio e di mia zia Rita. C’erano le stanze nella tenda, che erano marroni però più chiare. Nella stanza che dormivo io c’erano anche mia mamma e mia sorella. Mi ricordo che a volte c’avevo paura perché c’era il vento. E quando pioveva e facevano i tuoni avevo paura più di tutto, perché sembrava che un gigante stava prendendo la tenda con la mano per strapparla via. Ma poi mi hanno detto che i giganti non esistono, però c’erano le capre. Di mattina sentivo sempre le campane delle capre, perché c’era il pastore che le portava dentro il campeggio. E quando uscivamo fuori c’era la cacca a pallini e allora capivamo che erano le capre. Il signore che faceva il pastore era un signore vecchio. Mio zio Delio lo conosceva e allora qualche volta ci portava il latte delle sue capre che se lo bevevi poi non c’avevi più fame fino alla merenda. Una volta quel signore mi ha fatto lottare con il suo caprone perché io dicevo di essere più forte. Però non ho mica vinto. Era più forte il caprone.
Di mattina era presto quando ci alzavamo, perché nella tenda era caldo e perché noi bambini volevamo andare a correre. Andavamo sempre nella spiaggetta di zio Delio. Che poi non lo so se era la sua, ma però tutti dicevamo così per mandar via gli altri. Era piccola quella spiaggia e c’era l’acqua bassa, perché sotto l’acqua c’era la roccia liscia. Però c’erano i ricci e una volta mi hanno punto perché non avevo messo i sandali e mia mamma mi ha tolto le spine con le pinzette. Però era bello perché sembrava che camminavi sull’acqua. Quando finiva la roccia c’era l’acqua alta che era scura e faceva paura. Mio zio Delio mi diceva sempre di non andarci, ma lui ci andava e quando tornava aveva pescato i ricci. Una volta li abbiamo usati per combattere, i ricci, ma era solo la buccia, perché erano già mangiati. Li tiravamo addosso a quelli dell’altra spiaggia che venivano a scocciare. Meno male che non lo hanno detto ai grandi.
Un giorno sono andato sulla spiaggia a giocare e ho bisticciato con uno. Non me lo ricordo perché abbiamo bisticciato, ma sua mamma ci ha separati e ci ha detto di fare pace e noi l’abbiamo fatta. Da quel giorno abbiamo giocato sempre insieme e io lo chiamavo AmicoNemico perché avevamo litigato ma poi avevamo fatto pace. E anche lui mi chiamava così. Quando era di sera andavo nella sua tenda e chiedevo alla mamma se poteva venire con me nella mia tenda, ma lei a volte non voleva. Ma quando voleva andavamo sulla spiaggia di nascosto per guardare il sole che tuffava nell’acqua e le onde alte. A volte andavamo anche a correre nelle rocce che tanto avevamo i sandali di plastica, ma era pericoloso lo stesso. Forse se non era pericoloso non lo facevamo. Alcuni altri bambini erano caduti e si erano fatti male, al ginocchio o alla faccia. Io solo alle mani, una volta, ma poco. I grandi non volevano che andavamo sulle rocce a correre. Forse se volevano non lo facevamo.
Poi lui doveva partire e io ero triste. Dovevo restare ancora lì due settimane e lì mi piaceva, però se lui non c’era mi piaceva un po’ meno. Forse lui era di Roma, mi sembra. Io pensavo che veniva l’anno prossimo, ma non c’era. Però io l’ho aspettato. Anche l’anno prossimo ancora.

L’ho rivisto dopo quattro anni, forse cinque. L’ho riconosciuto quasi subito, ma per salutarci e riconoscerci ufficialmente abbiamo titubato un po’. Ricordo che abbiamo parlato molto degli avvenimenti degli ultimi anni. In breve, ci siamo raccontati, cosa che non avevamo fatto quattro anni prima. Siamo tornati a sederci sulla spiaggia al tramonto, sperando in una bella mareggiata. A correre sulle rocce però non ci siamo andati. Forse in quei quattro o cinque anni qualche cosa l’avevamo imparata.
Siamo rimasti insieme solo qualche giorno, perché quell’anno sono tornato a casa prima del solito. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto e che ci ho parlato.

Non so se lui si ricordi ancora di me, dopotutto sono passati vent’anni. Sono però certo che tra altri vent’anni sentirò ancora di essere il suo AmicoNemico.

E questo è tutto quanto avevo da dire su questa storia.