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Posts Tagged ‘Amicizia’

"Amor, ch’a nullo amato amar perdona, …

07 set 2006

… mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Così scrive il Sommo Poeta nella terzina 103, quinto canto, prima cantica.
Ier sera mi trovavo (come troppo spesso accade) in libreria, con I Fantastici Quattro al completo:
la donna invisibile (in effetti non è lei ad essere invisibile ma lo diventa il resto del mondo, quando si toglie gli occhiali), l’uomo torcia (che è una donna, ma quando si accende in una discussione in cui non è affatto d’accordo con la vostra opinione brucia allo stesso modo), la cosa (che ve lo dico a fare?) e l’uomo allungabile (io, ovviamente. L’uomo allungabile, il sogno segreto di ogni femmina bramosa di sesso estremo. Purtroppo la mia mutazione genetica non è stata proprio perfetta e al momento mi si allunga solo il naso. Sogno tramontato).
Mi ero ripromesso di non comprare altri libri (ne ho una ventina in attesa di lettura e qualche altro in arrivo) ma alla fine non ho resistito alla tentazione di uscire con qualcosa in mano (non fate i maliziosi, tanto lo so a cos’avete pensato!). Ho preso un fumetto giapponese (leggermente osé, ma non l’ho preso per quello) e un libro di aforismi. Non ne ho mai avuto uno ma sfogliandolo e leggendone qualcuno mi è venuto da sorridere su quanto certe mie idee siano in voga da diversi secoli e quanto siano stati bravi gli autori a riassumerle in un pensiero di pochissime parole.
Come come? Non sapete cos’è un aforisma? Vabeh, oggi mi sento buono. Cito testualmente dallo Zingarelli: “Breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica“.
Nel libro che ho preso, gli aforismi sono divisi per categorie. Visto il titolo del post (giusto per restare in tema) mi diletto a snocciolarne qualcuno sull’Amore.

Non sono affatto contrario al baciamano alle signore. Bisogna pur cominciare da qualche parte.
Il signor S. Guitry ne sa una più del diavolo (ammesso e non concesso che il diavolo esista e ne sappia qualcuna). Perché negare l’esigenza del contatto fisico con l’altro sesso? A prescindere dall’ironia presente in questo aforisma, è innegabile la necessità dell’uomo (e della donna) di dare e ricevere dimostrazioni d’affetto, di ricercare nel corpo dell’altro/a quel calore più o meno effimero che trasmette quasi inconsapevolmente. Guardare un bel film disteso sul divano con una donna tra le braccia, sia essa amante o semplicemente amica, non è peccato; il vero peccato è non farlo.

Se uno ti porta via la moglie, non c’è peggior vendetta che lasciargliela.
Ancora una volta, il signor Guitry supera il buon vecchio satanasso. Lo ammetto, questo aforisma va un po’ fuori tema. Parla di matrimonio e non d’Amore e, come ben sappiamo tutti, le due cose non sempre vanno di pari passo. Il luogo comune della moglie rompiscatole che si regalerebbe volentieri è oramai talmente radicato che probabilmente la stragrande maggioranza degli uomini sposati si dirà totalmente daccordo con questa massima. Ma si sa, tra il dire e il fare c’è di mezzo il ma…trimonio.

Che una donna conceda i suoi favori o che li neghi, le fa sempre piacere che glieli si chieda.
Ovidio, a quanto sembra, era un profondo conoscitore dell’animo femminile. Il gusto di essere corteggiate, desiderate, a volte anche chiacchierate è talmente radicato nelle donne che, con buona probabilità, hanno un gene apposito che lo regola. Purtroppo per le donne, l’arte del corteggiamento ha cominciato il suo declino con l’avvento del femminismo e dell’emancipazione femminile; l’uomo ha anch’esso scoperto questo gusto, facendolo proprio e “dimenticando” le gioie del corteggiamento verso una donna e, perché no, la forte e malinconica emozione di ricevere un due di picche. Oggi non si vuole più rischiare (non mi escludo dalla massa, mea culpa) senza neppure conoscerne bene il motivo.

Io ho preso una decisione: cedere alle donne subito. Dal momento che finisce sempre così, economizzo le spese di guerra.
A. Karr doveva essere un bravo finanziere, forse un imprenditore di grosso calibro o un armatore. Ha compreso subito quale fosse l’uscita più pesante sul budget alla voce “rapporto con l’altro sesso”: le discussioni con le donne. Generalmente, partono da futili motivi per degenerare in accuse e recriminazioni da far invidia all’alterco amoroso di questi giorni tra George W. Bush e Mahmud Ahmadinejad. Se si è fortunati, tutto nasce dal bisogno di ravvivare la giornata e per la voglia di “far pace” (quant’è bello, mamma mia).

L’uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia.
M. de Cervantes, in questa sua massima, ammette l’esistenza del diavolo (per la gioia della donna invisibile). In effetti però non so quanto la donna moderna sia felice di essere definita “stoppa”.

Piccolo avviso: da questo punto in poi ho scritto con una pizza e tre bicchieri di cannonau scadente in corpo.

L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.
H. Hesse. Quanto è raro che questo accada? Devono verificarsi tanti eventi tutti insieme, nella sequenza precisa e carichi di una non trascurabile intensità. Per prima cosa, ci dev’essere un interesse reciproco; questo è un evento quasi inconscio, non abbiamo alcun controllo (benché qualcuno s’illuda del contrario) sul suo verificarsi. Secondo (ma non per questo meno importante) evento, è la volontà e capacità di mettersi in gioco, di aprirsi, di lasciarsi scoprire. Questo evento è invece legato alla razionalità, alla coscienza, alla propria riflessione. Ed è proprio questo che, solitamente, non si riesce a fare.

“Vostra moglie è una rosa”, dicevano ad un poeta cieco. “Lo immaginavo dalle spine”, rispondeva lui.
A. Karr sta diventando il mio mito. In questo caso, in una frase apparentemente ironica e banale, ha racchiuso un significato ben più profondo. Una rosa avrebbe lo stesso fascino senza le sue spine? Certo che no. Come godere dei picchi di felicità senza prima raggiungere strapiombi di sconforto? Ben venga la donna combattiva, che tiene testa, che sa il fatto suo, ma che sia anche sincera e ami senza remore.

Gli uomini vorrebbero essere il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo.
Dal punto di vista di O. Wilde credo sarei una donna, ma oramai il mondo è talmente confuso che dire uomo o donna è come dire cioccolato nero o bianco (lo confesso, sono al quarto bicchiere). Se fosse veramente come dice il vecchio Oscar, le donne dimostrerebbero un’intelligenza nettamente superiore a quella dell’uomo. Personalmente credo nella profonda diversità tra i sessi, senza per questo volerne elevare nessuno. Ed è per questo che amo le donne; perché sono diverse da me.

E’ così dolce essere amati che ci accontentiamo anche dell’apparenza.
E. D’Houdetot, ma che tristezza. Che ci frega dell’apparenza se non ne sentiamo la sostanza? Forse intendeva dire la speranza, perlomeno lo spero (che bel gioco di parole. Farò finta di averlo scelto di proposito. Poi ovviamente mi ricorderò di cancellare questa nota prima di pubblicare l’articolo), altrimenti licenzierei il redattore che ha scelto questa massima e la categoria in cui inserirla.

Calma non può esserci nell’amore, perché quel che si è ottenuto è sempre solo un nuovo punto di partenza per desiderare di più.
Confermo, sottoscrivo e m’inchino di fronte a sì tanta verità. M. Proust conosceva bene il desiderio infinito dell’uomo di elevarsi sempre più in alto, di raggiungere obiettivi sempre più complessi, di desiderare sempre qualcosa di più di quanto si ha. E’ questo che ha spinto il progresso, la sete di conoscenza e la curiosità dell’uomo: il non accontentarsi mai. Ma come si può pensare allora che un rapporto d’amore con la stessa donna duri per tutta la vita? Perché non è in un altra donna che si può ottenere di più, ma alla donna che si ama e si stima si può chiedere di meglio, facendo crescere il rapporto, inventando nuovi modi di viverlo e crescendo insieme, così da creare in due i punti di partenza e di arrivo dei desideri di entrambi.

L’amore nasce di nulla e muore di tutto.
Come Tafazzi nel suo gesto istrionico che riassumeva l’essenza univoca della comicità, A. Karr ha racchiuso in nove parole l’essenza dell’Amore. La nascita di un Amore è indescrivibile, irrazionalizzabile e inspiegabile. La sua morte può avere invece miriadi di validi motivi, cause, colpe, responsabilità, la risoluzione di nessuno dei quali può provocare la rinascita dell’Amore perito. Per questo l’Amore va vissuto appieno quando l’abbiamo, perché quando non l’abbiamo ci mancherà. Da morirne.

Amare è trovare la propria anima attraverso l’anima dell’amato. Quando l’amato si ritrae dalla tua anima allora la tua anima è perduta.
Nessun commento. Solo un inchino a
E. Lee Masters.

PS: so che la foto non c’azzecca molto con l’Amore, ma voglio ridurre al minimo la pubblicazione di foto trovate in giro per la rete ed invece utilizzare quelle di cui dispongo sul mio macinino. Se l’amore di Alessia per il mio scalpo non vi sembra abbastanza, beh… arrangiatevi.

 

Lotta di classe

31 ago 2006

Stanotte, mentre mi rigiravo nel letto cercando la posizione migliore per liberarmi dal gas intestinale in eccesso (o forse cercavo una buona posizione per dormire, chissà), mi è tornato alla mente un episodio accaduto quando avevo circa 15 anni (uno o due secoli fa, quindi).
Assieme a due amici mi trovavo in un locale del mio paese che allora si chiamava Gorky, se la memoria non mi inganna. Stavamo seduti su una panchina, nel giardino del suddetto locale, e nella panchina vicino alla nostra sedevano tre giovani pulzelle che parlavano tra loro e ogni tanto buttavano un occhio nella nostra direzione (come peraltro facevamo noi verso di loro). A questo punto, uno dei miei due amici attacca bottone (a quei tempi ero piuttosto timido) e comincia a far domande. Non ricordo in che modo, ma il discorso è caduto su ciò che loro pensavano di noi. Mi rimase impresso il fatto che riuscirono a rispondere con un’espressione tanto ridotta quanto significativa, almeno per loro: ci definirono “quelli che studiano”.
Ero stato classificato, etichettato, giudicato perché ogni giorno mi svegliavo la mattina alle 6, prendevo un treno e rientravo a casa alle 15 del pomeriggio, per poi passare una (piccola) parte della serata sui libri.
La definizione, nonostante le apparenze, era tutt’altro che lusinghiera, perché sottintendeva tutta una serie di sotto-definizioni più specifiche e meno interpretabili: “puzza sotto al naso”, “saccenti”, “narcisisti” e via discorrendo.
Allora la cosa mi fece sorridere e, da buon narciso quale venivo definito, pensai a quanto fossero stupide e superficiali. Con il senno di poi però ho capito che, in parte, facevo lo stesso. Ricordo che anche per me loro erano “quelli che non studiano”, e sebbene non lo vedessi come un fatto negativo in se, li classificavo comunque, escludendoli in qualche modo dalla cerchia di cui ero invece parte integrante.
Allora, nella mia quasi totale ignoranza e immaturità, non mi resi conto di quanto fosse pericoloso questo modo di pensare: classificare, etichettare.
Oggi siamo tutti classificati. Ebrei, cristiani, musulmani, americani, palestinesi, italiani, cinesi, neri, zingari, commercialisti, omosessuali (si, li ho messi vicini di proposito), eccetera. Tutti subiamo l’onta o l’onore di ricevere una o più etichette. Se l’etichetta è riconosciuta come buona dalla morale comune, allora stiamo a posto.
Dopo che abbiamo un’etichetta addosso è difficile scrollarsela di dosso.
Un cinese? Tutti uguali. Occhi a mandorla e abiti contraffatti.
Uno zingaro? Zozzo e ladro.
Un musulmano? Terrorista.
Ci hanno provato anche i tedeschi ad ettichettarci, prima della sfida mondiale. Ci hanno dato dei pizzettari e si sono trovati due belle pizze calde nella loro porta.
Ma gli uomini (e le donne) dove li mettiamo? Le persone con le loro idee? Non voglio credere che tutti i musulmani siano dei Bin Laden, come non credo che tutti gli italiani siano dei Totò Riina.
La classificazione è la base dell’odio. L’odio personale è raro, l’odio verso un gruppo di persone nettamente identificato è invece consuetudine omertosamente accettata.
Un esempio semplice e banale? Basta guardare gli stadi di calcio. In quel caso la classificazione è portata, da alcuni, fino all’eccesso della violenza.
Se il classificare porta a conseguenze così tragiche in un campo di calcio, come possiamo stupirci dei risultati che questo nostro modo di pensare porta nel mondo reale?

 
 

Il re leone

22 ago 2006

Ecco la testa di un fiero leone, intento a scrutare il tramonto sul mare di Sardegna.
C’era veramente un bel tramonto quel giorno. Vincenzo, Mattia ed io siamo stati in acqua fino allo scomparire totale del sole e della luce diffusa. Non fosse stato per la splendida luna quasi piena, avremmo rischiato di nuotare verso l’Africa invece di tornare a riva.
Strani giochi fa la nostra mente, con la capacità di cercare e trovare forme familiari fra le rocce, le nuvole, gli alberi, persino nei dipinti e in altre opere d’arte. Così vediamo visi nascosti, forme celate e supponiamo (o speriamo) che abbiano un significato e non si trovino li solo per caso.
Forse è lo stesso meccanismo che ci porta a conformare chi abbiamo intorno, a idealizzare le persone che ci piacciono perché vorremmo che fossero ancora più vicine a ciò che desideriamo che siano.
Dopotutto in questa foto ho immortalato solo una roccia, ma a me piace vederci la testa di un fiero leone.

 
 

Le parole che non ti ho detto

20 ago 2006

Parlare, il dono forse più grande e nel contempo più difficile da usare.
E’ così semplice: ho qualcosa da dire? La dico, punto.
E invece no. La maggior parte delle volte sottintendo, alludo, ommetto, taccio.
Perché?
Se lo sapessi probabilmente non sarei qui, a buttar giù questi pensieri in una calda serata domenicale di Agosto. Magari sarei con la persona a cui non ho detto le cose che vorrei, oppure sarei con gli amici, libero dall’illusoria speranza che la risposta che bramo possa essere quella che vorrei. Perché in fondo è questo che mi impedisce di esprimere chiaramente quanto avrei da dire: il mantenere viva quell’illusoria speranza che la risposta possa essere uguale a quella che desidero e non quella che è in realtà.
Un “si” sarebbe la felicità, seppur fugace e fragile come sempre.
Un “no” abbatterebbe le mie speranze, taglierebbe quel filo a cui ho legato la felicità che vorrei raggiungere, che galleggia a qualche metro da me come un palloncino pieno di elio; aprire la mano e liberare il filo servirebbe a stabilire che sia io a tenere il palloncino legato a me oppure se non sia lui a volermi rimanere vicino. Ma aprire quella mano significherebbe avere una risposta. Il non averla, invece, mantiene il palloncino a mezz’aria: posso vederlo, ammirarlo, sperare che condivida le mie brame, ma non posso averlo né perderlo completamente.
Non è il giusto modo di affrontare le cose, lo so bene. Occorre rischiare, mettersi in gioco, tentare di avere l’attimo di felicità con il rischio di piombare nella tristezza, piuttosto che rimanere nel limbo dell’incertezza.
Eppure è difficile trovare il coraggio di rischiare, come prima di un tuffo dallo scoglio più alto sul mare immobile, dove il fondo di sabbia chiara si confonde con la superficie del mare trasparente.
Forse ha ragione la madre di Forrest Gump con il suo memorabile proverbio “La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. Dovrei scartare questo “cioccolatino”, assaggiarlo, gustarne il sapore e non crucciarmi troppo se il liquore che lo riempie è più amaro dell’olio di ricino. Dovrei mangiarlo tutto in qualunque caso, perché nella mia scatola di cioccolatini ce ne sono ancora tanti. Dovrei rischiare un “no” per aspirare al “si”, senza dubbio, dovrei…

 
 

L’anno che verrà

01 gen 2006

Chissà perché le aspettative di noi tutti nei confronti del nuovo anno sono sempre superiori a quanto ci si possa realisticamente attendere da un evento tanto convenzionale quanto ininfluente sulla realtà della vita.
Eppure il subconscio (ma forse neppure tanto “sub”) di tanti di noi, compreso il sottoscritto, sforna pensieri quali: “Vedrai, quest’anno sarà tutto diverso“, “Quest’anno sarà senz’altro migliore del precedente“, “Mi impegnerò di più“, “Non commetterò gli stessi errori“, “Quest’anno la fortuna sarà dalla mia; deve esserlo!” … e via discorrendo.
Ma quanti di questi buoni propositi, di queste malcelate speranze, di queste rinfrancanti pacche sulla spalla che ci diamo per incoraggiarci risultano poi veritiere?
Normalmente, nessuna.
Ci si ritrova con i medesimi problemi, che ciclicamente si presentano nella vita di ognuno di noi e che ci destano dal sogno della vita che vorremmo per riportarci alla realtà della vita che abbiamo. Ma in fondo è sempre stata questa la molla che ha portato l’umanità al livello di evoluzione che possiamo vantare: l’inseguimento dei propri sogni e, perché no, delle proprie chimere.
In cosa può esserci utile il passaggio dal vecchio al nuovo anno?
Può essere un modo per fare il resoconto dell’anno appena passato, per mettere su un piatto della bilancia le cose buone e sull’altro le cose meno buone, le cose irrisolte e quelle ancora pendenti, le gioie e i dolori, i sorrisi e gli sberleffi, le carezze e gli schiaffi. Ne risulterà un bilancio che potrà avere un giudizio puramente soggettivo, a seconda che siamo ottimisti o pessimisti, sognatori o realisti, buoni o cattivi.
Comunque sia questo bilancio, l’incedere del nuovo anno smorza il peso di tutti questi conti razionali e ci da la speranza per un futuro migliore, per delle giornate di sole, per delle notti di sonno tranquillo, per un domani più sereno ed un dopodomani gioioso.
Brindiamo dunque al nuovo anno, che sia ricco di gioie e povero di dolori, che sia dolce come lo vogliamo e piccante al punto giusto, che mostri gli amici e riveli i nemici, che sia un anno migliore di tutti quelli passati.
Buon 2006!